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FREQUENZE: GARANTIRE UN'ORDINATA TRANSIZIONE AL DIGITALE

il dividendo digitale

 

La transizione dalla tecnologia analogica a quella digitale nelle trasmissioni televisive terrestri è stata da molti presentata come “la fine del problema della scarsità delle frequenze”, la chiave per moltiplicare voci e programmi a disposizione degli utenti e risolvere definitivamente, per “via tecnologica”, il problema del pluralismo.

In effetti, le cose non stanno proprio così. Il numero di frequenze non cambia, anzi, come vedremo tra un attimo, diminuisce. Quello che aumenta, nel passaggio analogico-digitale, è la “capacità trasmissiva” ovvero la nostra capacità di utilizzare una singola frequenza per trasmettere programmi e dati. Dove prima passava un programma analogico come Rai 1 ora possono passare da  5 a 20Mbit al secondo e, quindi, 5 programmi di ottima qualità per la televisione tradizionale oppure un programma in alta definizione ovvero 10 programmi destinati alla televisione mobile.

 

Questo semplice e neutro “fatto tecnico” è stato utilizzato, negli ultimi anni, per dichiarare che il problema della scarsità delle risorse spettrali era definitivamente risolto e che il pluralismo era garantito.

Nel dibattito economico-politico lo scenario è sembrato capovolgersi: da una situazione nella quale convivevano scarsità e sottoutilizzazione di preziose risorse pubbliche e nella quale tutti lamentavano limiti all’accesso e al pluralismo, si passava a uno scenario di abbondanza e alla disponibilità di un possibile dividendo digitale, ovvero di nuova capacità trasmissiva, ottenibile dal processo di digitalizzazione e di compressione dei tradizionali contenuti televisivi analogici e utilizzabile dai tradizionali “broadcaster”, da nuovi editori e da nuovi utenti esterni al mondo televisivo.

 

Piuttosto, dicevano in molti, sarà la nostra capacità di produrre contenuti e creare nuovi programmi e palinsesti che non riuscirà a tenere il passo dell’aumento di capacità di trasporto.

 

Si trascurava, utilizzando categorie del passato come quelle di programmi e palinsesti, che la trasformazione tecnologica avrebbe anche modificato l’uso e gli utenti della capacità trasmissiva. Ed infatti, abbiamo assistito all’utilizzo del digitale terrestre in modalità “pay” e in alta definizione e all’inizio delle sperimentazioni della tecnologia DVB-H, dell’IP-datacast e della televisione mobile.

 

Dunque: gli stessi contenuti destinati a modalità di fruizione diverse (in mobilità, in casa ma su schermi di alta qualità, su una TV con decoder, a pagamento) debbono condividere lo stesso canale di trasporto e, dunque, anche a parità di contenuti disponibili abbiamo bisogno di più capacità trasmissiva. Il nuovo “collo di bottiglia” del sistema diviene il numero di megabit/secondo consegnabili all’utente. 

 

Ad acuire questa situazione di scarsità è intervenuta la convergenza tra le varie piattaforme di distribuzione e ricezione (telefoni di terza generazione, computer palmari etc.) e quindi all’ingresso di nuovi “players” interessati ad offrire doppio, triplo e quadruplo servizio ai propri utenti. E dunque, all’aumento delle modalità d’uso della capacità trasmissiva si è aggiunto l’aumento del numero degli operatori interessati ad utilizzarla.

In particolare, è sotto gli occhi di tutti (accordo TIM-Mediaset, investimenti H3G) l’interesse degli operatori di telefonia mobile per lo spettro attualmente riservato alle trasmissioni analogiche e per la capacità trasmissiva da destinare all’integrazione tra UMTS e televisione mobile.

Insomma, la capacità trasmissiva aumenta grazie alla tecnologia digitale ma aumentano, anche a parità di contenuti disponibili, le modalità di utilizzo di questa capacità ed i “players” industriali interessati a sfruttarla.

 

Per i motivi che abbiamo descritto, il mercato e i governi si aspettano che la transizione dall’analogico al digitale avvenga in maniera efficiente e si traduca in un aumento della capacità trasmissiva disponibile.

 

Massimizzazione della capacità trasmissiva: questo, a mio parere, è la corretta traduzione del termine “digital dividend”. Capacità trasmissiva che dovrà essere destinata ad un aumento delle voci, degli editori e del pluralismo e, al tempo stesso, a fornire la possibilità di raggiungere gli utenti sulle nuove piattaforme di ricezione.

 

Il quadro internazionale

 

Il processo di transizione dalla tecnologia analogica a quella digitale ha dimensione internazionale ed è tra le priorità della Commissione Europea. Tutti i paesi europei hanno avviato le proprie “task force” per il coordinamento della transizione e definito i programmi per realizzare lo “switch-off” delle ultime trasmissioni analogiche entro il 2012.

Una Conferenza Europea aggiornerà, tra qualche mese, il Piano Analogico di Stoccolma del 1961 che, fino ad oggi, aveva regolato l’uso delle frequenze analogiche in Europa. Si tratta del nuovo “piano regolatore” europeo che definirà quali frequenze sono legalmente utilizzabili per le trasmissioni digitali.

 

Il “Caso Italia”

 

L’Italia ha l’ambizioso obiettivo di realizzare lo scenario “tutto digitale” entro il 2008 ed in anticipo rispetto a molti paesi europei (tra i quali il Regno Unito).

 

La mia opinione è, invece, che il “caso Italia” sia più difficile di tutti gli altri. Ad oggi, non abbiamo avviato, al contrario del Regno Unito, nessuna attività di coordinamento della transizione. Eppure, la situazione dalla quale partiamo, il famoso “far west” delle frequenze, non ha eguali in Europa (e forse nel mondo).

 

Dai dati forniti all’ERO risultano operativi, nel nostro Paese, più di 22.000 impianti. Molti giudicano inattendibili questi dati e, in effetti, è ben noto agli esperti del settore che non esiste, nel nostro Paese, un quadro preciso e aggiornato dell’uso dello spettro analogico. L’Italia è, paradossalmente, l’unico paese europeo che consente il “trading” delle frequenze ma è anche l’unico che non possiede un “catasto” aggiornato dei beni acquistati e venduti.

 

Tuttavia, l’ordine di grandezza della nostra dichiarazione all’ERO non è lontano dal vero. Le mie, autonome, ricostruzioni della situazione dello spettro TV a partire da dati di pubblico dominio indicano come operativi circa 19.000 impianti (frequenze). Si tratta delle “frequenze” acquistate e vendute negli ultimi anni e sulle quali molti operatori fondano le proprie strategie di sviluppo. Ebbene, nessuno di questi impianti è stato coordinato nei lavori preparatori della Conferenza del 2006 e solo una lista di circa 2000 impianti-frequenze è stata sottoposta all’ERO come elenco di “richieste prioritarie” nazionali. Per il resto, l’Italia ha richiesto l’assegnazione di un numero di frequenze pari a meno delle metà di quelle prese in considerazione per progettare il Piano Digitale del 2003. Questo significa che, se tutte le richieste venissero soddisfatte, l’AGCOM sarebbe in grado di pianificare al più 9 multiplex digitali con le caratteristiche dei 18 multiplex previsti nel piano del 2003.

 

Mi viene fatta spesso la domanda: quanto valgono le frequenze? Dovremmo cambiarla e chiederci: quali sono le frequenze utilizzabili? La risposta allora potrebbe essere: le frequenze utilizzabili valgono molto (sempre di più), quelle non coordinate molto meno.

 

Le Domande

 

E dunque, la questione che vorrei sottoporre al dibattito è la seguente: quali azioni dovrà intraprendere il nostro Paese per garantire la certezza dei diritti d’uso di un bene pubblico preziosissimo, un’ordinata transizione allo scenario digitale e una massimizzazione della capacità trasmissiva a regime? Per meglio focalizzare,  porrò la questione sotto forma di due alternative:

 

1.    Un “catasto” dell’etere e un nuovo piano di riferimento coordinato a livello europeo o ancora “far west” e “trading” non regolato.

 

L’alternativa è tra non censire in modo dettagliato lo spettro, non sottoscrivere l’assetto che deriverà dalla prossima Conferenza Europea e continuare ad utilizzare e a scambiare frequenze non certificate o predisporre un piano coerente, firmare gli accordi e accettare di ridurre sensibilmente il numero degli impianti in servizio pur di vederli operare in regime di legittimità.

 

In effetti, si tratta, almeno a mio parere, di una domanda retorica (o provocatoria): il “trading” (ma anche le aste e le licenze) possono avere come oggetto solo frequenze riconosciute  in uno scenario regolato e garantito da accordi internazionali. Acquistare o vendere frequenze non coordinate e che possono essere interferite senza possibilità di reazione, credo non sia consentito a nessun “buon” amministratore.

 

Dunque, dobbiamo immaginare come inevitabile la convergenza ad un Piano che utilizzi le sole frequenze legittime. Ma una scelta di questo tipo riduce inevitabilmente il numero di multiplex digitali realizzabili, e pone due problemi di difficile soluzione:  

·         la questione del progetto di una transizione efficiente, che converga ad uno scenario riconosciuto a livello europeo, coinvolga tutti i “players” e  massimizzi la capacità trasmissiva disponibile a regime;

·           la questione di quali frequenze coordinare a livello europeo e quali “spegnere” tra le molte attualmente in servizio.

Entrambi i problemi, per essere risolti, debbono essere affrontati con una visione che superi l’interesse del singolo “broadcaster”. A nessuno degli utilizzatori attuali farà infatti piacere vedere i propri impianti esclusi dal coordinamento mentre il concorrente può realizzare un multiplex digitale su una frequenza coordinata.

 

E dunque la gestione della transizione sarà tanto più complessa quanto più grande sarà la polverizzazione del controllo dello spettro. Infatti, solo un controllo centralizzato dello spettro da parte di pochi operatori di rete nazionali e da consorzi regionali (per l’emittenza locale) potrà garantire una trasformazione equa delle attuali frequenze in capacità trasmissiva. Dove con il termine “trasformazione equa” intendo la realizzazione del massimo numero di multiplex ottenibili con frequenze legittimamente utilizzabili senza favorire o sfavorire alcuno degli attuali utilizzatori “abusivi”.

 

Questa osservazione introduce la seconda domanda: Cosa fare? espropriare le frequenze e metterle all’asta o incoraggiarne la concentrazione muovendosi però, contestualmente, nella direzione della separazione proprietaria tra  operatore di rete e fornitore di contenuti?

 

2.    Frequenze restituite e messe all’asta o gestione delle frequenze da parte degli attuali operatori e gestione “terza” della capacità trasmissiva?

 

La centralizzazione del controllo dello spettro può, infatti, essere ottenuta in due modi: mediante una “transizione veloce” che forzi uno “switch off” rapido (2008) e costringa gli utenti a dotarsi rapidamente di decoder e gli attuali operatori nazionali e locali analogici a trasformare immediatamente le reti analogiche in digitali e a restituire allo Stato le frequenze sotto-utilizzate. Questo processo potrebbe poi essere completato con la messa all’asta del “surplus” frequenziale.

 

Oppure una “transizione lenta” con uno “switch off” nella finestra 2010-2012, che forzi gli operatori di rete alla razionalizzazione e alla convergenza ad un nuovo Piano Digitale, e che preveda, allo scopo di neutralizzare gli effetti distorsivi dell’integrazione verticale, la gestione della capacità trasmissiva da parte di un entità pubblica “terza”, come nello schema del CSA francese. Uno schema, dunque, nel quale l’operatore di rete massimizza la capacità trasmissiva disponibile ma l’allocazione di quest’ultima ai produttori di contenuti è posta fuori dal suo controllo.

 

La transizione veloce ha il vantaggio di liberare molto celermente le risorse ridondanti ma anche alcuni rischi: innanzitutto la transizione forzata aumenta il disagio degli utenti e li costringe ad acquistare in massa decoder “di prima generazione” con caratteristiche tecniche e prezzo propri di una fase di avvio. In secondo luogo, il rischio che non esista “surplus” allo “switch-off” è molto concreto: sia perché le frequenze saranno ridotte dagli accordi internazionali sia perché una trasformazione veloce vedrebbe, inevitabilmente, una trasformazione 1-a-1 delle reti analogiche in reti digitali (come sta accadendo in Sardegna). In questa ipotesi non si realizzerebbero reti digitali “singola frequenza” e gran parte del vantaggio in termini di uso dello spettro svanirebbe.

 

Anche la transizione lenta presenta il rischio di lasciare nelle mani degli attuali operatori verticalmente integrati il controllo dello spettro. Tuttavia, la separazione tra produzione e gestione della capacità trasmissiva e, in prospettiva, la separazione proprietaria tra operatori di rete e fornitori di contenuti sembra agire molto di più sul cuore del problema: l’accesso alla capacità trasmissiva.

 

Inoltre, la transizione lenta consente agli utenti (soprattutto a quelli meno interessati) di attendere una fase tecnologica più matura per dotarsi di ricevitori più economici e più evoluti e libera capacità trasmissiva nella fase iniziale della transizione per offrire un servizio di lancio del digitale terrestre rivolto agli utenti interessati alle novità tecnologiche (“pay tv”, tv mobile, alta definizione).


da key 4 biz

 

 

 

I

 

 

 

 

Anche Rai nell’arena della pay-per-view? (da Eurosat)

"Anche la Rai potrà trasmettere programmi in pay per view sul secondo multiplex per digitale terrestre, purchè non vengano finanziati attraverso il canone". Lo ha detto il Ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, a margine dell'audizione in Commissione Lavori Pubblici al Senato

"Proprio oggi - ha proseguito - stiamo inviando comunicazione all'azienda, in base alla quale, sul secondo multiplex per il digitale terrestre, può essere svolta attività criptata, mentre il primo multiplex deve restare completamente dedicato alle attività del servizio pubblico. Questa possibilità - ha detto Gasparri - è legata all'interpretazione della legge che stabilisce che il digitale terrestre debba essere prevalentemente, ma non esclusivamente, dedicato alla trasmissione in chiaro". "La Rai - ha spiegato - potrà fare la pay se lo riterrà opportuno, purchè quest'attività rientri, con la separazione contabile, fuori dalle risorse finanziate col canone". Alla domanda se sarà possibile vedere il calcio a pagamento con la Rai, Gasparri ha risposto: "in linea

 

LE STRATEGIA DEI BROADCASTERS PER COGLIERE LE OPPORTUNITA' DELLA COVERGENZA TV

Un quadro completo e dettagliato sul futuro scenario della Tv in europea è stato delineato nel Rapporto IdateTelevision 2015 - The future of TV financing in Europe”, che approfondisce lo stato dell’industria di settore per l’intero 2005, valutando le scelte strategiche che spetteranno agli operatori per i prossimi dieci anni.

Per ciascuna di queste scelte, il Report offre cifre e indicatori chiave per illustrare le future forme di finanziamento di questo mercato.

L’attenta analisi consente di fissare le prospettive e le sfide da raccogliere, oltre a offrire agli operatori diverse linee d’azione.

 

Ciò che emerge a chiare lettere è che la televisione si sta evolvendo verso un nuovo paradigma caratterizzato dall’apertura a nuovi modelli di distribuzione e a una nuova struttura finanziaria.

Nel lungo periodo, nel fatturato si potranno osservare entrate crescenti provenienti dal video on demand e dai servizi della Mobile Tv.

 

Dopo la rivoluzione digitale, la Tv si troverà a fare i conti con un altro profondo mutamento: la rivoluzione della convergenza.

Con lo sviluppo di offerte multimediali VoD e PVR (Personal Video Recorder), combinate con il lancio della Mobile Tv, il mercato televisivo entra nell’era della Personal Tv. 

Allo stesso tempo i Vlog stanno furoreggiando in Rete, e i motori di ricerca video e le reti Tv P2P (come Veoh e OMN) stanno diventando sempre più numerosi. Vista l’alta penetrazione della banda larga, queste tendenze potrebbero guidare rapidamente il settore televisivo nell’era dell’Egocasting…

 

In questo contesto, l’offerta di Mobile Tv appare ricca e ben distribuita. Naturalmente attraverso i telefonini si accede ai diversi servizi disponibili sul mercato, sebbene alcuni consumatori hanno optato per Tv portatili dotate di un hard drive ad alta capacità. Con un abbonamento a una Mobile Tv terrestre o satellitare, possono guardare i programmi preferiti o registrarli sull’hard drive, in qualunque posto si trovino.

La Tv sta diventando sempre più interattiva, specialmente quando l’utente si trova fuori casa. Ciononostante i modelli di business non sono ancora radicalmente cambiati: le società di broadcasting gestiscono le piattaforme satellitari per la Tv fissa e mobile, insieme ai servizi di video on demand; gli operatori mobili mantengono il controllo sia sulle reti mobili (per il VoD) che su quelle per la TDT (real time broadcasting).

 

Per avere un quadro completo della situazione bisogna anche considerare l’importanza che sta vieppiù assumendo Internet, che coinvolge una fetta davvero consistente della popolazione, specie tra gli under 45. Da Internet scaricano sui loro lettori portatili, programmi televisivi, film e musica.

Grazie al numero crescere di piattaforme televisive personali disponibili in Rete, sono diventati anche produttori di contenuti attraverso i loro Vlog. Con l’arrivo di una vera “alternativa universale alla Tv”, gli attuali modelli di business non possono più andar bene. La Tv tradizionale sta perdendo i suoi telespettatori, è il trionfo del VoD grazie ai sistemi multimediali.

Da un punto di vista economico, evidenzia l'avvento del consumo on demand di programmi i cui i diritti sono definiti dai loro autori (produttori o individui). 

 

Altra considerazione del Report Idate è quella che riguarda la diffusione dei Personal Video Recorder (PVR), sia fissi che mobili. E’ disponibile una vasta gamma di programmi televisivi, con diverse modalità di scelta. Il principale cambiamento riguarda il fatto che il 45% della visione televisiva non segue i canoni classici. Questo significa un rivoluzionamento del modo di fruire la Tv: lo si fa quando si ha tempo, con programmi registrati oppure on demand. 

Da un punto di vista economico, i conglomerati si organizzano intorno ai portali televisivi che trainano il loro marchio.

In questo modo si tiene anche sotto controllo l’avanzata degli operatori telecom e dei colossi Internet. Visto i grossi cambiamenti in atto, i broadcaster dovranno necessariamente definire la nuova posizione per il prossimo futuro. Secondo Idate ci sono diverse vie da percorrere e, vista l’alta diffusione della banda larga nelle case, suggerisce ai broadcaster di optare per la trasmissione one-to-one, possibilmente in modalità P2P, che emerge come un’ottima strategia di lungo termine.

 

Inoltre invita i player ad accettare la diffusione delle reti domestiche multimedia. Per gli operatori Tv - Isp e società del cavo – le reti domestiche rappresentano un potente elemento di differenziazione. Bisogna considerare l’aumentata concorrenza, specie con questi nuovi modi di fare e fruire la televisione, senza trascurare l’interattività, che aumenta la fidelizzazione, e rappresenta una delle armi primarie nella battaglia contro Internet, specie per accaparrarsi la pubblicità.

 

Idate spinge quindi i broadcaster a non temere il PVR, che è un’importante innovazione del mercato televisivo e aumenta il rapporto di fiducia con l’abbonato. Aiuta a mantenere un certo controllo sull’accesso dei telespettatori e rafforza il potere del marchio televisivo.

Gli operatori dovrebbero fare quanto possono per convincere gli inserzionisti delle opportunità che può rappresentare il PVR.

Allo stesso tempo, dovrebbero lavorare per creare infrastrutture (tecniche e commerciali) necessarie per promuovere lo sviluppo di un mercato pubblicitario interattivo e mirato.

 

E per quanto riguarda  la Mobile Tv, Idate evidenzia che il pericolo che Internet possa rubare telespettatori, significa che bisogna trovare nuovi modi per aumentare il tempo che si passa davanti alla Tv:  la Mobile Tv consente proprio questo, di raggiungere gli utenti quando sono fuori casa.

 

da key4biz

 

DTT: PARTONO DALLA TOSCANA I PRIMI CANALI HARD A PAGAMENTO

Per ora sono ricevibili solo in alcune regioni italiane, ma c’è da giurare che presto arriveranno dappertutto. I primi canali hard a pagamento sul digitale terrestre hanno visto la luce in questi primi mesi del 2006. A lanciarli le emittenti Conto Tv (che già trasmette via satellite Hot Bird, posizione 845 dell’Epg di Sky) e RTV 38 con i tre canali HOT. Le trasmissioni criptate di Conto Tv vanno in onda dopo le 23.00 sotto la testata Superpippa Channel, in digitale terrestre sulle frequenze di Toscana, Marche, Campania e a Roma (solo in fascia notturna). I programmi vanno dalle lezioni di striptease, ai corsi di lingue tenuti da pornostar, dai reportage dalle fiere di settore italiane e internazionali ai serial erotici, come il mitico Double Game, girato a Torino negli anni ottanta. Naturalmente, non mancano i film XXX. Per vedere i programmi pay di Conto Tv occorre un decoder MHP munito di lettore di card con decodifica Conax o Irdeto. Le card possono essere acquistate nei negozi di elettronica, tabaccherie ed edicole. Per la ricerca dei punti vendita, è possibile chiamare il numero di telefono a pagamento 199.248.824 oppure visitare il sito www.conto.tv.

I tre canali di RTV 38 - Hot 1, Hot 2 e Hot 3 - sono visibili tutti i giorni dalle 24 alle 7 del mattino all’interno del multiplex, che comprende anche il palinsesto della tv visibile in analogico, un canale interamente dedicato all’informazione - 38 News - uno dedicato alla musica – RTL 102.5 - e due radio: la stessa RTL 102.5 e Radio Blu. I tre canali Hot coprono gran parte della Toscana (il Valdarno, le province di Firenze, Prato e Pistoia), l’Umbria e le Marche. Al momento, si tratta di un bacino di utenza di oltre 600mila abitanti.

Per essere abilitati alla visione di tutti e tre i canali è sufficiente acquistare dai rivenditori autorizzati una smart card attiva già al momento dell’inserimento nel decoder digitale terrestre, che deve prevedere la decodifica Irdeto. La carta è valida 90 giorni dal momento della sua attivazione ed è riattivabile con una serie di offerte. A breve il bacino d’utenza del digitale terrestre di RTV 38 verrà ampliato arrivando ad interessare l’intera zona attualmente coperta dal segnale analogico, ovvero tutta la Toscana, l’Umbria, le Marche, l’alto Lazio e il Levante ligure. Ogni ulteriore informazione su Hot è possibile ottenerla al sito www.rtv38.com.

 

A cura della redazione di DT Digitale Terrestre

LANCIATO NELLO SPAZIO HOT BIRD 7A

Eutelsat (Euronext Paris: ETL) ha annunciato che il razzo Ariane 5 ECA ha eseguito con successo il lancio del satellite di trasmissione HOT BIRD 7A dalla stazione di lancio di Kouros nella Guiana Francese.

Il veicolo di lancio Ariane 5, che trasportava il satellite Eutelsat del peso di 4,1 tonnellate, è partito l’11 marzo alle 19.32 locali (22:32 GMT, 23.32 ora di Parigi). Il satellite si è separato dal veicolo di lancio alle 23:04 GMT e la prima ricezione in telemetria è stata confermata dalla stazione di Malindi in Kenia.

 

Dopo il lancio dei motori d’apogeo del satellite HOT BIRD7, che si terrà nei prossimi 10 giorni per inserire il satellite nell’orbita geostazionaria, il nuovo velivolo spaziale sarà trasferito nella posizione orbitale dove verrà sottoposto a una serie completa di test in orbita prima di unirsi al neighbourhood HOT BIRD a 13° est. Eutelsat controllerà queste manovre dal suo teleporto di Rambouillet, vicino a Parigi, in collaborazione con il principale assegnatario del satellite, Alcatel Alenia Space, e Telespazio.

 

Giuliano Berretta, CEO di Eutelsat Communications, ha dichiarato: “Questo lancio rappresenta una pietra miliare nello sviluppo del nostro neighbourhood HOT BIRD che genera oltre il 40% di tutte le nostre entrate e rappresenta oltre l’80% del nostro portafoglio.

“L’arrivo del primo della seconda generazione di satelliti HOT BIRD – ha spiegato Berretta - che sostituisce il primo HOT BIRD, lanciato nel 1995, coincide con il completamento quasi raggiunto della transizione al digitale del nostro neighbourhood video principale, che già ospita i primi canali commerciali europei di HDTV (High Definition Television). I miei ringraziamenti vanno specialmente ai nostri partner industriali: Alcatel Alenia Space per aver completato questo importante programma satellitare e Arianespace per aver portato a termine un altro lancio perfetto per la nostra società”.

 

L’obiettivo del satellite HOT BIRD 7A, equipaggiato di 38 transponders in banda Ku, è di ottimizzare la capacità nel neighbourhood video principale di Eutelsat, che ad oggi trasmette 850 canali televisivi e 550 stazioni radio a oltre 113 milioni di case in Europa, Nordafrica e in Medio Oriente, il 40% delle quali attrezzate per la ricezione satellitare.

 

Ad aprile il satellite assumerà la trasmissione del traffico video da HOT BIRD 1 e il numero di tranponders in banda Ku operativi a 13 gradi est passerà da  100 a 102. Assieme al satellite HOT BIRD 8, che sarà lanciato nel corso dell’anno, aumenterà la sicurezza in orbita nel neighbourhood primario Eutelsat e permetterà alla società di trasferire i satelliti HOT BIRD 3 e 4 in altre posizioni.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 25-03-06